30/06/2003
Il signor Modigliani Amedeo, pittore.
Ieri sono andato a fare una visita, a Milano. Sono stato a casa del signor Modigliani Amedeo, pittore.
Si trova qui a Milano da pochi mesi, e si tratterrà da noi per poco tempo ancora; è sceso giù in città per alcune questioni di cultura e d'arte m'ha detto, poi ritornerà via.
Per una mera questione di comodità, ha preso in affitto un vecchio palazzotto in pieno centro, proprio accanto al Duomo, e lì si è trasferito, armi e bagagli, con molti suoi dipinti. Non li ha portati tutti con sé, avendo alcuni fortunati beneficiato di una sua donazione, ma ha portato con sè dei disegni suoi, e dei dipinti e disegni della sua compagna anche.
Il signor Modigliano Amedeo, da Livorno, è un tipo un pò schivo invero, ma alla lunga, come i vecchi di certi paesi, ti concede la sua confidenza ed allora, se hai orecchie buone e spirito aperto, ti lascia ascoltare storie incredibili di vita d'artista.
Il signor Modigliani Amedeo, pittore, lo conobbi tanti anni fa, ancora al liceo, quando alcuni suoi giovani concittadini, buggerarono tanti professoroni e molti che si dicono intenditori d'arte, con uno scherzaccio da prete, di quelli che lasciano il segno.
Le sue forme semplici scolpite sulla pietra, quei volti delineati con pochi tratti scremati dei dettagli inessenziali, gli occhi ciechi dei suoi ritratti, quella pelle color rosa-arancione dei suoi nudi.
Da allora ho sempre sognato di conoscere di prima persona il signor Modigliani Amedeo, pittore, e ieri finalmente la cosa è stata.
Il signore Modigliani Amedeo, da Livorno, non fa nient'altro che stendere segni e colori su tele e su carta, o su blocchi di pietra. Un mestiere semplice dunque... ma il signor Modigliani Amedeo, lo fa con grazia e sapienza infinita, come pochi sanno fare e con stile tutto suo, personalissimo.
E' il genio imperscrutabile che gli guida la mano, che gli fa scoprire forme moderne nelle millenarie forme di sempre, colori nuovi nei colori di sempre.
Grazie signor Modigliani Amedeo, pittore, per avermi fatto entrare nella sua dimora, grazie ancora per avermi fatto vedere (quasi toccare con mano) gli spigoli della sua inarrestabile e sorprendente genialità.
Grazie ancora, davvero.
(Una preghiera ancora, l'ultima, se vorrà accogliermi, io ritornerei molto volentieri a trovarla, per riascoltare da lei quelle storie di vita d'artista che mi ha raccontato, e che mi affascinano da sempre.)
27/06/2003
Il lavoro dei campi.
Il cielo è colorato di grigio come al solito, ma oggi di un grigio leggero, sottile come velo di confetti.
Lungo l'autostrada i campi di non so cosa (risaie forse) attendono i loro contadini per le cure del mattino.
Uno è già sul posto, accudisce la propria terra.
Fanculo il lavoro.
Oggi faccio qualcosa di importante, accosto e scendo a dargli una mano.
26/06/2003
Casi di Personalità Confusa
Titolo di Repubblica (versione online): “Berlusconi: presto accordo su soldati in Libia...”
Silvio Musso-loni?
Questione di stile.
Per me lo stile fu di nuovo.
Per me lo stile fu “telegrafico”.
Cielo di giugno.
Oggi il cielo non è azzurro, come dovrebbe, ma è di un grigio quasi avvilente, essendo giugno.
Dalle nubi filtrano sporadici raggi di sole.
Come se un enorme ed invisibile gattone avesse silenziosamente graffiato le nubi, per farci vedere l'azzurro che ci hanno tolto.
E' bello sapere che lassù c'è qualcuno che ci ha voluto del bene.
25/06/2003
Dissonanza.
L'ho visto da lontano. Sono sicuro che quella è la sua divisa, come i preti, come le infermiere e i dottori, come i militari, come i barboni. Come me.
La sua divisa è un bel vestito in grigio scuro, il mocassino nero, perfettamente lucido, la camicia bianca, la cravatta blu con piccoli disegnini più chiari (che da lontano non riesco a distinguere). La divisa. La divisa si compone poi, di valigetta per computer portatile (pardon laptop) nera. La divisa. La divisa del consulente informatico.
Ad ogni passo però, dal fondo del pantalone, fanno capolino, risaltando nettamente agli occhi, degli splendidi calzini rossi... sì rossi, proprio rossi. Non blu scuro, non grigi (colori neutri e dunque adattissimi ad una divisa da consulente), ma rossi, rossi sgargianti, squillanti, allegramente vocianti nel silenzio di una divisa.
Genio solitario della ribellione o sbadataggine attiva?
24/06/2003
La conta.
Arriva un tempo che inizi a contare. Non si sa bene perché sia così. Forse è scritto negli astri che non sappiamo leggere. Forse qualcuno l'ha scritto dentro di noi, con simboli e lettere che non sappiamo distinguere. O forse è soltanto un caso a cui diamo troppa importanza.
E' così comunque. Possiamo solo prenderne atto (mentre iniziamo a contare...)
23/06/2003
Questione di stile.
per me lo stile fu “Chi l’ha visto”.
20/06/2003
Una sera... in ufficio
scena 01
Interno notte. Sono ancora in ufficio. Devo assolutamente finire di riparare il casino che ho improvvidamente fatto sulle classi java.
Anche stasera salta la piscina, ma non mi interessa. Devo assolutamente riportare indietro tutte le modifiche. Devo ritornare alla situazione antecedente a quella del pomeriggio. Lo devo assolutamente fare, ne va della mia vita.
La guardia giurata che chiude i nostri uffici, fà il solito giro per vedere se c’è ancora qualcuno dentro. Mi ha visto. L’incubo costante del suo giro serale, si è materializzato ancora una volta dinanzi ai suoi occhi. Io sono ancora dentro. Non lo vedo arrivare, gli dò le spalle. Ma dal rumore sono sicuro che sta facendo la solita capriola tripla all’indietro per la gioia incontenibile (sono sicuro, la guardia esulta tra sé e sé, cum summo gaudio, “Evvvaai, anche stasera finisco il mio turno di guardia alle 10:00 spaccate, e non vado a casa prima, nemmeno di un minuto”).
La guardia giurata cerca di farmi sloggiare, ma mi appello al ferreo e rigorosissimo regolamento aziendale: “Io so che posso stare fino alle 10:00!!”. Senza alcuna pietà, con cinismo asciutto. Così si fà, non una parola più del dovuto, non una parola più dello stretto necessario, come un vero duro!
La guardia giurata nicchia, sa che non mi può far andare via prima dell’orario di chiusura, a meno che io non voglia.
Nervosamente accarezza il calcio della pistola che ha al suo fianco e mi guarda male, di sbieco, molto di sbieco.
Alza i tacchi e se ne va. Anche stasera si farà il turno fino all’ultima goccia.
È un mondo difficile per le guardie giurate...
scena 02
Interno notte. Sono le 10:00. Devo assolutamente andare. A secondi la guardia giurata arriverà per farmi sloggiare. Ho programmato a velocità spaventosa, ma non è servito; non ho ancora finito di riparare i casini fatti nel primo pomeriggio. Il capo mi scuoierà sicuramente, ma non ho altra scelta, continuerò domani. Non mi posso trattenere ancora.
È un mondo difficile per i programmatori...
scena 03: il duello.
Interno notte. Sono le 10:00, poco oltre le 10:00. Nelle attese, durante la compilazione del codice, avevo previdentemente preparato tutto: messi via gli occhiali da sole (che a quest’ora non servono più), riposto portafoglio nel marsupio che uso a mò di borsetta. Messe via le chiavette della macchinetta dei falsi caffè. Posso andare. Sento i passi della guardia giurata. Ci incrociamo alla uscita. Lui mi dà le spalle, intento com’è ad inserire i codici dell’allarme, ma sento che percepisce la mia presenza, benché discreta. La tensione si alza, si fa insopportabile, è densa come certi nebbioni del pavese, come certe “caldazze” del palermitano...
Lo saluto, “Buona sera”. Lui risponde con un filino di voce, che sembra glielo strappino via dalla gola a forza, con un uncino tra severe sofferenze. “’na sera”, mi fa. Lo sento appena. Non è una buona sera per nessuno dei due, in realtà.
È un mondo difficile per i programmatori e per le guardie giurate...
scena 04: il dilemma.
Interno notte. La guardia giurata sta chiudendo il portone di ferro che impedisce l’accesso al piano.
Come un novello Amleto, anch’io sono assillato da un lacerante dilemma:
“scale o ascensore?”
Vorrei andare sfruttando le comodità della tecnologia, stasera niente scale. Ma se la guardia giurata inferocita, chiude in fretta il portone e riesce ad infilarsi dentro il mio ascensore? E se nell’ascensore la tensione sale a livelli insopportabili? Si sa che la convivenza (benché breve come tutte le convivenze da ascensore) tende a rovinare anche le storie “di odio” più belle, le fa avviluppare in una spirale inarrestabile di rancori e dispetti vicendevoli, portando alla distruzione i protagonisti; e se una normale discesa da un banale quarto piano di un ufficio, si trasformasse invece in una “discesa agli inferi” per me e la guardia giurata?
Le scale dunque, con buona pace di tutti.
È un mondo difficile per le guardie giurate e per i programmatori...
scena 04: il ritorno casa.
Esterno notte. Parcheggio del mio ufficio. Mi infilo in macchina pensando al mio futuro, che già da domani mattina potrei non avere più...
Lotto disperatamente con delle zanzare che da giorni vivono in macchina, non so dove le ho caricate, non mi ricordo quando...
Mi pungono le stronze. Cerco in tutti i modi di dare battaglia, ma è una lotta senza speranza, per me, come lo dev’essere per la guardia giurata, quando cerca di farmi sloggiare, per tornare un pò prima a casa. Una frustrazione assoluta.
È un mondo difficile per le guardie giurate e per i programmatori...
scena 05: il tragitto (alias “Il sorpasso”).
Esterno notte. Autostrada Milano-Genova. Ho il casello alle spalle. Nervosamente mi guardo intorno: quando esci da un casello, la gente sembra impazzire. Diventano istrionici, tornano i bambini di una volta, proprio come all’uscita della scuola: giù per le scale tutti, quasi, ordinati, ma una volta in cortile un branco di cavalli pazzi; chi scarta a destra, chi va dritto, per poi improvvisamente fare un balzo e prendere una direzione fino ad allora imprevedibile. Ho il casello alle spalle. Devo stare attento. Guardando negli specchietti la vedo, sì sì è proprio lei. Una Ferrari. Nel buio che parzialmente la nasconde si può distinguere dalla fisionomia, dal profilo slanciato, dai fianchi larghi, dalla forma dei fari che sembrano guardarmi severi. “Fatemi largo - dice a tutti- sono una Ferrari.” Rossa. Fiammente. Lucida. (Non è che la veda proprio benissimo, è un pò scuro fuori, ma per dio, tutte le Ferrari sono rosse, fiammanti e lucide). Mi supera. Procede tranquilla, placida davanti a me. Una, due e tre la superano. Lei dall’alto della sua nobiltà, dal piedistallo del suo supremo lignaggio, se ne fotte. Non si sente offesa dai sorpassi subiti. È suprema, superiore, distaccata con cinico snobismo.
E allora, cazzo, ci provo anch’io; essì cazzo ci voglio provare anch’io a fare il gioco del “sorpassa-anche-tu-la-tua-ferrari”.
Indifferenza, e zac! maligno metto la freccia, mi sposto a sinistra ed accelero. Secondi interminabili. Io sulla corsia di sinistra, lei, pardon Lei, sulla corsia di destra. Altri secondi interminabili. Cazzo domani lo racconto in ufficio. Io e la mia Y10, verde campagna, sempre sporca e con il portabagagli perennemente montato sul tetto, abbiamo superato una ferrari in autostrada. Domani lo racconto a tutti, anzi TUTTI, i colleghi. Anzi di più; mi apro un blog e lo scrivo a tutti, anzi TUTTI, gli abitanti del blogo-mondo. Secondi interminabili, che crescono nel tempo, e si fanno decine di secondi, minuti. Io sempre sulla corsia a sinistra, Lei sempre sulla corsia a destra. Io sempre dietro, Lei sempre un pò più avanti. Kilometri scorrono sotto le nostre ruote. Fammi passare, bastardo, anzi Bastardo con la b maiuscola. Fammi passare. Che ti costa, fatti superare, fammi raccontare l’episodio a tutti i colleghi e al blogomondo intero.
Altri kilometri. Io sempre sulla corsia a sinistra, Lei sempre sulla corsia a destra. Io sempre dietro, Lei sempre avanti.
Bye bye, mio caro, il sorpasso sarà per un’altra volta, per un’altra occasione. Sgasatina leggera, appena accennata, per andare via, per scrollarsi di dosso il sorpassatore folle con la sua Y10, ma senza umiliare, senza ostentare.
Il buio avvolge la signora in rosso che se ne va con classe, e mi lascia in compagnia della mia solitudine.
Niente episodio da raccontare ai colleghi. Niente episodio da raccontare al blogomondo.
Resta solo una frustrazione assoluta.
È una vita avara di soddisfazioni. È un mondo difficile.
